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L'epopea della stazione Barberini, metafora di una città in cui non sai mai quello che ti capita

L'epopea della stazione Barberini, metafora di una città in cui non sai mai quello che ti capita


La fermata della metro A di Roma, chiusa per quasi un anno, ha riaperto solo in uscita: l'ennesimo nonsense di una città che lascia i cittadini in balia della sua incompetenza, al grido rassegnato di “tocca organizzasse”



I numeri, certe volte, dicono tutto: 319 giorni. La stazione Barberini della linea A della metropolitana di Roma, nel cuore della città a due passi da via Veneto, nella stessa piazza Barberini che le dà il nome, di fronte al cinema pure quello omonimo e all’inizio di via del Tritone da cui si arriva a via del Corso, insomma uno stop strategico, è rimasta chiusa per quasi un anno. 

Nello specifico, il problema riguardava (anzi, riguarda tuttora) le scale mobili, sull’onda della chiusura della stazione Repubblica (quella dell’incidente ai tifosi del Cska Mosca dopo una partita di Champions League con la Roma nell’ottobre 2018) che però ha riaperto dopo “appena” otto mesi, pur sempre con quattro scale funzionanti su sei. Bene, si dirà. Coi soliti tempi romani ma ci siamo arrivati. Mica tanto: da Barberini, infatti, per il momento si può solo uscire.


Delle sei scale mobili che danno accesso ai binari – sì, c’è bisogno di ripeterlo ogni volta: a Roma molte fermate non dispongono di scale tradizionali, per questo vanno serrate quando quelle automatiche si rompono – due sono ancora fuori uso. Gli accessi aperti sono dunque solo un paio: proprio quelli di fronte al cinema, dove gli operatori dell’Atac bloccano gli utenti che desidererebbero scendere. 

Transennati gli altri due accessi, da via Veneto e all’angolo con via di San Basilio. Se ti serve la metro, per ora non ti rimane che una bella passeggiata fino alla riesumata Repubblica o a piazza di Spagna. Animo!

Mentre in consiglio comunale le opposizioni di centrosinistra chiedono indennizzi, o almeno detrazioni, per i commercianti della zona (ma anche per quelli di piazza della Repubblica, per cui una mozione in questo senso è stata approvata lo scorso maggio ma finora neanche una foglia si è mossa) c’è da chiedersi chi possa mai indennizzare i cittadini (soprattutto) e i turisti che tanto spendono in città e chiunque visiti o frequenti la capitale per qualsiasi ragione.

Se le restasse un po’ di dignità, l’amministrazione obbligherebbe la sua controllata a rimborsare almeno gli abbonamenti annuali come gesto di rispetto nei confronti di un tessuto sociale maltrattato, delle infinite epopee quotidiane, dell’apparente menefreghismo che caratterizza i vertici della municipalizzata, coinvolta d’altronde anche dalle indagini seguite proprio al sequestro di Barberini. 

La stazione Cornelia è chiusa dal 30 dicembre e non si sa quando riaprirà. Quasi un impianto su dieci su tutta la rete metro e ferroviaria (non solo scale, anche montascale e ascensori) è fuori servizio. Senza entrare nel merito dell’efficienza, della puntualità e della pulizia, ovviamente.

Non basta. Una stazione dalla quale si può solo uscire e non ripartire sembra infatti dare plasticamente il paradigma della situazione di Roma. Sembra, di più, quasi ripercorrere l’odissea quotidiana dei cittadini – pendolari o meno non importa: il disservizio colpisce tutti indifferente agli orari, agli stili di vita, ai bisogni e ai quartieri – che sanno quando escono di casa ma non sanno se e come potranno tornarci. 


Ignorano cioè cosa li aspetti per le ore successive fra scioperi rinviati all’ultimo, astensioni bianche da lavoro (si veda quel che è successo sulla sgangherata ferrovia Termini-Centocelle proprio martedì, una linea mutilata dove i convogli hanno in media 54 anni con punte di 80, bloccata per “indisponibilità di personale”), incendi e incidenti.

Sembra paradossale da dire, e forse esagerato per chi legge ogni giorno da fuori le notizie sulla capitale, ma l’utente intensivo dei trasporti pubblici romani non sa nulla sul suo futuro immediato: se potrà rispettare gli orari della giornata, onorare gli appuntamenti, tornare in tempo a casa per passare qualche momento con la sua famiglia o nelle sue attività preferite. Di fatto, è ostaggio di un sistema devastato e sfinito, che così com’è non può dare più di questo 4 in pagella. 

Non è solo il tema dell’efficienza (Atac ha perso 15,4 milioni i chilometri percorsi rispetto ai 101 previsti dal contratto) e del decoro per quanto riguarda Ama ma anche da 25 anni di espansione selvaggia della città in nuove centralità urbane senza servizi e senz’anima. Non è retorica: è la realtà di vivere in una città come Roma in cui il mantra, per qualsiasi impegno da mettere in programma, è un rassegnato tocca organizzasse.

Da Wired






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