Si è rotto un treno prima del nostro, quello delle ‘18 e quando ci capita partiamo’. Noi, su quello delle ‘18 e tocca a noi subito dopo, forse, aspetta, sì ecco’, siamo qui che aspettiamo. Il racconto del disagio


Il nostro qui è Basilica San Paolo. Ora, potrei scrivere peste peste e corna di Atac ma devo ricordare le parole del mio analista: “quando vedi nero, annusa il bello, non la merda”.


Ok, le parole sono inventate ma il succo è sostanzialmente quello. E proviamo a vedere sto bello. C’è un tizio, pantaloni viola che è alla sua seconda birra in lattina. 

Di quelle da 66 dal nome improbabile che trovi al Dem o da Tigre. I vuoti, li mette in tasca, è sul ciglio della porta. Non è molesto ma quando si gira... Ecco, non è esattamente Gled Deo Spin. Mi sembra felice, nel suo mondo.

Il tempo passa. Un addetto Atac viene e ci avverte del disagio, sostanzialmente non si capisce chi, come e quando il treno morto sarà portato alla stazione più vicina. Nessuno lo insulta, credo sia un evento. O forse il gelo nel vagone.

Nel frattempo i passeggeri chiamano i cari. “A Natale non ci sarò, il treno è fermo”. “Dì a papà che domani non posso passare in banca, siamo dopo Piramide”. E poi ancora: “Rose, sento freddo. Il treno non si muove e le porte sono aperte”. Insomma l’umore non è dei più positivi.

Lo scenario è snervante. Qualcuno prova a chiamare improbabili parenti per rubare un passaggio. Sempre prendendola larga: “Ueeeee carissimo, ma hai la macchina? Ah, non hai il mio numero? Sono Marco, il cugino di terzo grado di zia Maria. L’amica di Antonio. Ah, non sai chi è zia Maria? Mmm vabbè mi vieni a prendere?”.

Arriva la seconda addetta Atac. La notizia è funesta: “Dobbiamo evacuare il treno”. La faccia, di tutti, è questa. “C’è una bomba?”. “No, s’è rotto er treno e non sappiamo come levallo”, risponde lady Atac. Peggio.

Gli utenti, sconsolati, eseguono. Ma non capisco il perché di queste facce appese. “Siamo campioni del mondo per la quarta volta consecutiva, la Roma Lido è ancora la tratta peggiore d’Italia”. Vorrei urlarlo felice abbracciando tutti, dovremmo festeggiare di far parte di qualcosa di così grande

Rinuncio, non credo che tutti siano andati dal mio analista e il concetto di “vedere il bello nella merda” non credo vada di moda qui.

Ci fanno rientrare. Il nostro treno, quello delle ‘18 e tocca a noi subito dopo, forse, aspetta, sì ecco’ si trasforma in quello della ‘18? No avevo detto 19’. Stiamo per ripartire.

Pantaloni viola, invece scende, prende un’altra birra. La terza. Chissà da dove le tira fuori. Poi sale sul treno, quello che va verso Jonio però. “Do vai?”, gli chiedo. “Nu mi avrano mai belo”, biascica. Ha ragione lui: “quando vedi nero, annusa il bello, non la merda”.

dal profilo Facebook di Lorenzo Nicolini




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